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26 April 2008

A un passo dalla fine e ritorno con macports

Il Mac OSX, per me, è stata una svolta.

OSX

Una delle cose che più mi fa comodo è il fatto che posso installare, nativamente (senza dual boot o macchine virtuali), l’ambiente di sviluppo per applicazioni web che di solito uso sui server. Ossia, apache2, mysql5 e php5.
Per fare questo uso Macports (si chiamava Darwinports fino a qualche tempo fa).
Si tratta di un package manager che consente di installare, in parallelo alle librerie e alle applicazioni già presenti sul Mac OSX, tutta la serie di strumenti GPL a disposizione sotto Linux.

Sostanzialmente, con una serie di comandi come

sudo port install mysql5 +server
sudo port install apache2
sudo port install php5 +apache2 +mysql5 +pear +readline

Vi ritrovate, dopo tutto il tempo necessario alla compilazione, tutto installato e funzionante sulla macchina.
(Prendete tutto col beneficio di inventario, è una storia, non un tutorial).

Bene, l’altro giorno scopro che un pezzo di applicazione ha smesso di funzionare. Ossia, sul mio Mac non funziona più, mentre sui server in produzione è tutto a posto.

Indagando scopro che si tratta di un problema con la libxml2 (una libreria Gnome che serve per lavorare sull’XML). Il Mac usa la sua, compilata nativamente, e si trova in /usr/lib/, Macports installa la sua, in /opt/local/lib.
In qualche modo che non sto a spiegare (ma che se interessa è descritto qui), le due librerie non sembrano granché in grado di funzionare bene.

Allora, ieri sera, in preda a una follia smanettona vado a rinominare la libreria nativa, in /usr/lib/libxml2.2.dylib, chiamandola libxml2.2.dylib.old, sperando che non trovando quella nativa, le applicazioni vadano a cercare quella installata da Macports.

Improvvisamente tutte le applicazioni smettono di funzionare. Ossia, no, non smettono, ma non si apre più nulla.
Suppongo che dato che i file di configurazione su Mac sono in XML (i .plist) tutte le applicazioni usano questa libreria in fase di avvio.

Con il terminale ancora aperto, provo a ripristinare il nome originale della libreria, ma niente, dopo un comando sudo, il terminale va in crash. In poco tempo tutti i terminali che ho aperto crashano. Il finder non mi permette di rinominare la libreria, non ho i permessi.
Sono chiuso fuori.

Riavvio.

Grosso errore. Non parte niente. Rotellina su sfondo grigio. Sono le 11 di sera e dovevo solo lavorare all’import di certi dati, con urgenza, non stare a un passo dal portare il mac in assistenza e non rivederlo per chissà quanti giorni.

Con calma prendo un altro portatile e navigo, cercando come entrare nel Mac.
Tenendo premuti dei tasti in fase di avvio, si possono fare delle cose interessanti.
Ad esempio:

  • C - avvio dal CD o DVD
  • Command V - avvio in modo Verbose
  • Command S - avvio in modo Single User
  • Tasto del MousePad - espelle un eventuale disco rimasto dentro

Provo a far partire il DVD di Leopard, tra le opzioni non c’è “Ripristina un sistema incasinato”, ma solo reinstalla tutto, quindi lascio perdere.

Provo il Single User Mode. Appare subito la shell e sono dentro come root. Troppo facile.
Provo subito a rinominare la libreria maledetta, ma il file-system è montato in sola lettura.

Ancora cerco su Internet (chiave: mac single user read only) e arrivo qui.

Quindi

/sbin/fsck -y
/sbin/mount -wu /

e sono root sul mio file system in scrittura. A questo punto:

  • Rinomino la libreria, riavvio e tutto funziona
  • Chiunque può sedersi di fronte al mio Mac può cambiare la password in 40 secondi, anche io

Confortato da questi risultati, considero le due ore passate sul baratro piuttosto interessanti …

Aggiornamento
Il metodo descritto nell’articolo linkato per ottenere la password non funziona più. L’exploit è stato bloccato.

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1 October 2007

Interazioni circolari tra giornalismo e web.

Segnalo, dalla rubrica Cultweb, nell’inserto domenicale del Sole24Ore, il come sempre ottimo articolo di Chiara Somajni.

Netcloud

Il progetto CommonTimes, ribattezzato Newscloud, permette agli utenti iscritti di condividere le news più interessanti trovate in rete ed effettuarne il ranking; le più votate arrivano in home page.

Akamai Net Usage Index

L’Akamai Net Usage Index, invece permette, grazie alla presenza quasi ubiqua dei banner pubblicitari akamai nelle pagine dei siti di news online, di monitorare il consumo di news su internet.
Unica carenza macroscopica: il sito del New York Times.

Le interazioni sono circolari perché si tratta di strumenti che permettono sia di monitorare il flusso produttivo di news, che di influenzarlo con i propri feedback (commenti, selezione, rating).

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9 June 2007

TrustedComputing

Come il concetto di fiducia (trust) è stato rovesciato delle aziende hardware e software per limitare le libertà degli utenti.
Un video prodotto con licenza Creative Commons e che dovrebbe essere trasmesso nelle scuole.

Per saperne di più: http://www.no1984.org/

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8 June 2007

Valori e dignità

Sono arrivato in Norvegia due giorni fa per una conferenza su un sistema software open source che uso da anni per progetti di Content Management con l’azienda con cui collaboro.

Ieri sera c’è stata la premiazione dei più meritevoli della community che ruota intorno a questo prodotto. I blogger più influenti, il progetto migliore, il partner più attivo … queste cose qui.

Minister Heidi Grande R¯ys
La cosa particolare di questa cerimonia un pò pacchiana, con il presentatore televisivo famoso (un Jerry Scotti locale, per intenderci), la band funky, il cantante americano di colore, insomma uno scimmiottamento della nottata degli oscar bello e buono, era la presenza del Ministro delle Riforme del Regno di Norvegia.

Il Ministro del Regno, Heidi Grande R¯ys è una simpatica quarantenne che ha fatto un discorso sull’importanza dell’open source, e degli open standards, nonché delle community e del business da questi generati.
Importanza fondamentale, dice la ministra, per lo sviluppo di una società aperta, preparata e in grado di competere nelle sfide tecnologiche globali che il futuro ci riserva.

Ho fatto questo viaggio divorando il libro di Stella e Rizzo: “La Casta“. L’apparizione e il discorso della ministra non potevano essere più scioccanti. Da noi una così sarebbe precaria a progetto dentro qualche università o ministero. Chissà quanti quarantenni in gamba girano a vuoto, invece di fare i Ministri della Repubblica.

Custodia dei valori
Forse in un posto dove è possibile lasciare per intere mezz’ore i beni materiali incustoditi, certi che a nessuno verrà in mente di appropriarsene, è facile concentrarsi sui veri valori da custodire, ossia la crescita di comunità sane, che sappiano generare una società dignitosa.

In un articolo su Internazionale della scorsa settimana, veniva presentata la Danimarca, l’isola felice d’Europa. Occupazione piena, sistema previdenziale valido, sistema fiscale rigido e penalizzante per i ricchissimi, ricchezza diffusa.
Ma c’è sempre una seconda faccia nelle medaglie e quella danese potrebbe essere scura e feroce.
Il popolo danese, sostiene l’autore dell’articolo, è felice perché riconosce nell’esclusione dell’estraneo, un valore. Il punto è la protezione di un sistema di valori comune che permette agli individui della comunità di sentirsi partecipi.

C’è un abisso tra le società nordiche, per numero e comportamenti assai più simili a delle comunità, e la nostra complessissima società, metropolitana, mediterranea, agitata da molteplici pulsioni contrastanti.

Lo so.

E so che è pericoloso scendere su questa china. Sono fetidi i miasmi che si agitano quando si parla di valori condivisi e protezione delle identità.

E però se non si parte da questo, non si riesce a dare una svolta a quello che si esprime, in quanto società.

Se siamo arrivati a produrre una classe dirigente di furfanti come quella che abbiamo, senza ondate di indignazione in grado di impedirlo, occorre fare molti passi indietro e chiedersi cosa sia mai potuto succedere.

Non è più questione di leggi, ma di valori.

Occorre chiedersi su quali valori si basa questa società e quali sono quelli che possano ricondurci sulla strada della dignità.

Occorre rimettere in discussione tutto.

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30 March 2007

Sale e scende la marea …

Secondo Chris Anderson, direttore di Wired, autore dell’articolo The Long Tail, del blog thelongtail.com e del libro The Long Tail, l’evoluzione dei mercati nella nuova economia dell’abbondanza, genera un fenomeno che si può descrivere come una marea che si ritira.

MareaSi riferisce al fatto che, grazie alle nuove tecnologie e all’abbassamento dei costi di produzione e distribuzione dei beni digitali, siamo in grado di accedere a molti più prodotti, quindi il panorama del mercato, composto prima solamente dalle isole dei prodotti più popolari (i blockbuster), mostra ora la variegata ricchezza dei prodotti di nicchia.
Intrigante, no?

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14 February 2007

Interfacce multi tocco

Ricordate la magia dello schermo multi-tocco dell’iPhone?
Bene, immaginate l’effetto su un gigantesco schermo a parete e poi premete il tasto PLAY del video qui sotto.

Minority Report era rozzo in confronto a queste interfaccie realizzate da Jeff Han di Perceptive Pixel.

Da un post di Giles Turnbull su MacDevCenter

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1 December 2006

Zune fa schifo

Microsoft ZuneGira in internet una divertente recensione del competitor dell’iPod. Secondo Andy Ihnatko, la Microsoft ha messo al centro delle proprie attenzioni l’industria discografica e non l’utente.

Zune non è compatibile con Windows Media Player e l’applicazione dedicata fa schifo.

Zune è difficile da installare, al punto di arrivare a dover smanettare con le dll.

Zune non ha i podcast.

Zune sarà morto nel giro di sei mesi.

… mah … che dire … speriamo!

da CHICAGO SUN-TIMES :: Andy Ihnatko :: Avoid the loony Zune

via ZetaVu

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